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Anche i dipendenti pubblici vengono spinti ad attrezzarsi per lo smart working. Questa decisione, adottata già da molte multinazionali con sedi e filiali nelle città italiane, viene ora estesa anche agli enti pubblici a causa delle misure prese da varie Regioni d’Italia per arginare la diffusione del coronavirus.

Lo smart working, letteralmente “lavoro intelligente”, consiste nella possibilità di lavorare stando a casa: una vera e propria evoluzione del telelavoro che, nell’attuale situazione di emergenza, consentirebbe di diminuire il rischio di contagio che deriverebbe dal riunire più persone all’interno degli uffici. I lavoratori del pubblico, in questo modo, sarebbero incentivati a svolgere le proprie attività da casa, mantenendo tutti gli oneri e gli onori.

Smart working, come funziona per i dipendenti pubblici

 

Secondo quanto riportato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, lo smart working consiste in una nuova modalità di lavoro in cui “le esigenze individuali del lavoratore si contemperano, in maniera complementare, con quelle dell’impresa”. Esso comprende quindi i concetti di innovazione, flessibilità e welfare aziendale.

Lo smart working permette così, a chi ne avesse necessità, di svolgere le proprie mansioni all’interno dell’ambiente domestico. Il dipendente può richiedere volontariamente di accedere a questo strumento, stando ovviamente agli orari previsti dal contratto di riferimento.

Per i dipendenti pubblici, lo smart working è regolato dalle linee guida pubblicate nella Gazzetta Ufficiale del 17 luglio 2017: la direttiva richiede altresì che ogni Amministrazione provveda all’attivazione, nei prossimi 3 anni, di misure idonee a collocare almeno il 10% dei dipendenti in attività di smart working, garantendo pari diritti e doveri ed evitando qualsiasi penalizzazione di professionalità e carriera.

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